L’Ungheria e l’anima dell’Europa
6 gennaio 2012 | Di: Jakob Panzeri
Il 1° Gennaio 2002 ero in quinta elementare, emozionato rigiravo tra le mani un piccolo sacchetto di plastica sigillato che conteneva un esemplare per ciascuno degli 8 piccoli tagli della nuova moneta. Era uno dei tanti “Euro starter kit” che il governo aveva messo in circolazione già da dicembre per invitare la gente a familiarizzare con il nuovo conio. Il Colosseo, Dante, l’uomo di Leonardo, girare tra le mani quelle monetine che rappresentavano l’apice della cultura italiana mi faceva sentire orgoglioso di esserne parte, e ancor più considerando che altri 12 paesi e svariati milioni di persone avevano in mano in quello stesso momento quelle monete, certo con effigie diverse, simbolo delle proprie storie e tradizioni, ma nell’alveo di un’unica moneta, l’Euro, che faceva tremare dalla culla il dollaro americano, preludio di quel superstato dei 27 e di oltre 500 milioni di persone che avrebbe superato il tasso di crescita degli americani. Nasceva un gigante. Eppure quel gigante si sarebbe ben presto rivelato un fragile Golia.
L’ultima grana dell’Unione Europea si chiama Ungheria. Budapest sta camminando sull’orlo del precipizio economico. Oggi le agenzie di rating hanno declassato l’Ungheria da BB+ da BBB-, livello spazzatura, con un rischio default che sembra incombente. Nonostante questo, l’Ungheria rifiuta di considerare i dettami economici dell’Europa e si assume con la nuova costituzione molto discussa il controllo unico della propria Banca Centrale con un presidente, Viktor Orban, che nel semestre dell’Ungheria alla guida dell’Europa, sembrava apertamente sfidare le istituzioni europee: “Non ci siamo sottomessi a Vienna nel 1848, ci siamo sollevati a Mosca nel 1956 e nel 1990 e oggi non permetteremo a Bruxelles di decidere per noi”.
Ma l’Ungheria è solo un sintomo, non è il primo e non sarà l’ultimo, di un malessere più grande.
“Il termine Europa allude evidentemente all’unità di una vita, di un’azione, di un lavoro spirituale” (Edmund Husserl)
Quando Edmund Husserl scriveva la “Crisi dell’Umanità Europea” viveva in un’Europa smarrita che aveva appena girato le spalle alla macerie della prima guerra mondiale e cercava una possibile strada di ricostruzione materiale e redenzione morale, soffocata dai fantasmi del totalitarismo. Abbiamo avuto tra le mani un’opportunità grandissima, quella di unificare l’Europa e fare di un continente un solo popolo e una sola anima. L’abbiamo sprecata, l’abbiamo buttata alle ortiche perché siamo stati incapaci di darle un cuore. L’Unione Europea, nata come CECA per il commercio del carbone e dell’acciaio, è rimasto solo un’unione economica dalle mille contraddizioni, dotata di una moneta ma non di una politica economica e fiscale, con una costituzione frutto di numerosi compromessi e mediazioni che non riconosce le proprie comune radici, con un presidente, Herman Van Rompuy, il cui nome e volto sono sconosciuti ai più. L’Europa non riesce ad avere l’autorità morale e spirituale di guidare il continente, non riesce a darsi un’Anima. Una mera espressione geografica, un grande contenitore da cui tutti aspirano a prendere fondi e sovvenzioni ma a cui poi nessun vuol rendere conto, ed è facile e prevedibile che in questo contesto ci sia sempre qualcuno che batta i piedi per terra per fare nel proprio giardino quello che più gli aggrada. Negli Stati uniti si può essere un avvocato yankee, un contadino del Midwest, un scrittore di San Francisco, non importa, prima di tutto si è americani. Questo perché prima di ogni cosa esiste un patrimonio comune che li accomuna sotto un’unica bandiera e li rende fieri di definirsi americani. Una tradizione sofferta passata anche per il sangue di una guerra civile che ha visto il Nord opposto al Sud ma che ha saputo riconciliarsi in un’unica grande nazione.
Sono convinto che verrà il giorno in cui il francese, il tedesco, l’ungherese si riconosceranno sotto un’unica bandiera e saranno fieri di dichiararsi prima di tutto europei. Ma sono anche convinto che la mia generazione non vedrà questo giorno e nemmeno i nostri figli e nipoti. Sarà un cammino lungo e faticoso ma è ora di metterci in marcia. Uniti per scacciare i vecchi fantasmi e dare un cuore e un futuro a oltre 500 milioni di persone.
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